L’ordine e la pulizia dell’impaginazione, la tecnica curata e profondamente sentita come strumento e guida nella realizzazione del linguaggio in cui si esprime questa sua pittura, fanno di Sabrina Taddei una limpida pittrice d’immagine. Con tanta fedeltà al vero che assume stimoli soprattutto nella ritrattistica, puntuale nella riproposta esteriore ma contemporaneamente non estranea all’analisi fisionomica: vale a dire quella che, muovendo dall’aspetto del personaggio raffigurato, s’impegna a conoscerne l’indole per riproporne insieme il ritratto psicologico. E’ quel che si dice il ritratto che scava dentro ad individuarne l’anima. E uguale puntualità l’artista osserva nella descrizione dell’ambiente in cui le sue figure vivono; come a reinventarne il quotidiano – gli oggetti d’arredo, quelli d’uso più frequente, la disposizione delle cose – attraverso il quale restano più accessibili al riguardante il carattere e la personalità della persona ritratta. Tutto questo accade, ovviamente, anche quando Sabrina impegna la propria immagine; e anzi, conoscendo i dettagli di tutto quanto la circonda e in grande misura gli atteggiamenti più abituali in relazione alle proprie convinzioni morali e culturali e alle esigenze dettate dalla formazione psichica, la pittrice agisce ancor più disinvoltamente nel descrittivo. Con ciò ravvivando e personalizzando l’interpretazione del verismo che forse mai come in questa vicenda va inteso quale tendenza a riprodurre in arte la realtà così come i nostri sensi la percepiscono. E’ il “suo” verismo. Non diversamente affronta la riproposta delle cose, ossia degli oggetti e degli ambienti che li accolgono, talvolta esibendo quelle capacità tecniche di cui facevo cenno dianzi; ma vi sviluppa anche una proprietà di linguaggio che oggi le consente di abbracciare orizzonti nuovi e più vasti oltre l’ambiente domestico: con una sorta di vedutismo in cui il fitto dialogo interno-esterno mostra una buona consapevolezza della maturazione espressiva conseguita. Sono conquiste confermate nel tempo e che si fanno evidenti in uno degli oli più recenti (“La camicia stirata”) che articola in successione molto corretta e suggestiva il susseguirsi di piani non soltanto dentro il “recinto” domestico, ma proiettandoli fin oltre i vetri della finestra dove la città si mostra nella sua edilizia ordinatamente affollata ma non lontana: che una cromia differenziata, e progressivamente affievolita nei toni verso l’orizzonte, ricollegata a ritroso, senza soluzione di continuità, a quella camicia stirata che occupa il primissimo piano dell’impaginatura. E costituisce l’inizio, di proposito prevaricante, dello svolgersi della “fuga” verso l’infinito. Certo la pittura tradizionale incide in misura notevole nella rappresentazione figurale di Sabrina Taddei la quale non vuole né potrebbe evitarla per via di una preparazione in cui hanno radici la sua cultura e quella di grandissima parte della sua gente. Per cui l’indagine svolta da sempre nei modi di rappresentare la natura e tutto quanto ci circonda è rivolta in verticale nella civiltà della sua terra; e se una ricerca di tipo orizzontale fa capolino nei programmi culturali per i contatti indispensabili col mondo contemporaneo, i motivi di incontro si risolvono in poche accettazioni, magari nell’oggettistica di un arredo moderno che nulla tuttavia esprime di esotico o nell’ambigua presenza di un’auto presa a pretesto per una delle belle esibizioni di rapporti interno-esterno. Sì che tutto rientra nel linguaggio di grande rispetto derivato dalla tradizione. Semmai c’è in questa pittura un’aria molto diversa dal verismo ottocentesco al quale abitualmente facciamo riferimento come parametro generico per definire un modo di dipingere che sia attento alla fedele riproduzione dei modelli offerti dall’uomo o dalla natura. Si tratta di un’atmosfera liberata della sacralità domestica nella disposizione ambientale in cui l’oggetto recita finalmente il suo ruolo di “oggetto comune” e non di ricettacolo degli affetti avuti. Anche se ci troviamo di fronte a cose amate o particolarmente amate. E può essere qui il senso di modernità che Sabrina conferisce ai suoi quadri. “Dipingere, per la pittrice Sabrina Taddei – ha scritto Salvatore Fiume – è voglia inconsulta di mandare la propria anima a trovare quella degli altri e voglia consapevole di rivelare agli altri l’ardore con cui dipinge tutto ciò che ama”. E’ una considerazione da sottoscrivere come logica conclusione di questa breve analisi.

Tommaso Paloscia